Marco Pastonesi: Un Giro di Storie – 4. Domenico Pozzovivo

Strade nel Delta del Po, arrivo a Marina di Ravenna, tappa per velocisti. Pronti, via, fuga, di quelle fughe destinate a esaurirsi prima del traguardo. Poi il vento, un errore di percorso che penalizzò il gruppo, qualche esitazione nell’inseguimento, e la fuga andò a segno con tre minuti di vantaggio. E quel Giro d’Italia dei dilettanti, anno 2004, cominciò la sua imprevedibile storia.

Domenico Pozzovivo aveva 21 anni, era all’ultimo anno fra i dilettanti, correva per la Zalf, e fu costretto a dare battaglia, fare la guerra, accendere la gara, attaccare in salita. Racconta: “Dentro quella fuga c’era Alessandro Bertuola, che conquistò la maglia rosa e la difese per alcuni giorni. La cronometro di Fabriano non cambiò la classifica generale. Ci provammo sulle salite. In una tappa alpina, in Val Camonica, su strade poi rifatte nel Brixia Tour, Bertuola resistette. L’ultima possibilità era sul Terminillo. Ci giocavamo tutto. Lo prendemmo forte. Il gruppo si allungò, poi si spezzò. I corridori mollavano, a uno a uno. Finché anche Bertuola cedette. E cedette anche Riccardo Riccò, in maglia tricolore. Rimanemmo io e Marco Marzano. Si giocava sul filo dei secondi. E gli abbuoni risultarono decisivi. All’arrivo: Marzano primo e io secondo. In classifica: Marzano primo, Bertuola secondo, io terzo”.

“Il Pozzo” è un corridore speciale. Dice: “Bicicletta e pallone, come tutti i bambini. Poi al calcio preferii il ciclismo. E alla vita a casa rinunciai per quella da emigrante a pedali: Piemonte, Lombardia, Veneto. A Castelfranco Veneto abitavo con gli altri corridori in una villetta messa a disposizione dalla società, ma io avevo il privilegio di una stanzetta tutta per me. Avevo bisogno di solitudine e silenzio: studiavo Economia aziendale all’Università telematica Marconi di Roma perché, frequentando la strada ma non le aule, mi preparavo sulle videocassette Vhs – sembra passato un secolo, almeno dal punto di vista tecnologico – e davo gli esami via Internet”.

Scalatore, per natura, origine, spirito. Spiega: “Fisico minuto e leggero. Incontravo salite ogni volta che uscivo e tornavo a casa. E attaccare in salita era l’unico modo per tentare di evadere dal gruppo. Anche a quel Giro d’Italia dei dilettanti. Ci ero arrivato debilitato da un virus e bloccato da una settimana in ospedale. Temevo di non poterlo fare. Dubitavo delle mie possibilità. Poi partecipai al Giro del Friuli, vinsi una tappa, e mi convinsi. Quel Giro mi aiutò a formarmi il carattere: il ruolo di capitano, la scelta della tattica, il peso della responsabilità, l’abitudine alla competizione, la tensione da gestire prima che le energie nervose ti consumino quelle fisiche. Poi, forte di quel terzo posto finale, firmai il contratto per passare professionista nella Panaria dei Reverberi”.

Adesso “il Pozzo” – la Pulce lucana, “Dom Dom” – è al suo tredicesimo anno da professionista. Sostiene: “Il ciclismo è cambiato nei metodi, non nella natura. Per non lasciare nulla al caso, gli allenamenti vengono fatti considerando i watt. Però poi la strada è sempre avventura, dunque istinto e improvvisazione, occasioni e opportunità, insidie e sorte. Sono privilegiato: l’80 per cento dei miei giorni di corsa li faccio in competizioni del World Tour. Adesso sono in Val Senales, ultimo ritiro in altitudine prima del Tour of the Alps, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro d’Italia. La mattina mi sveglio con Stelvio e Ortles negli occhi. Colazione, bicicletta, cuffiette, Rai Radio 2 nei tratti più tranquilli, per aggiornarmi, la mia playlist in quelli più impegnativi, per caricarmi. Il centesimo Giro mi sembra bellissimo: la partenza in Sardegna, le tappe in Sicilia, il Sud e poi l’ultima settimana, la più difficile che abbia mai affrontato, senza respiro. Ma fu quel Giro dei dilettanti a mettermi al mondo”. E a regalargli le ali.