Marco Pastonesi – Un Giro di storie: 5. Andrea Noè

Era il 14 giugno 1992. Era domenica. Era l’ultima tappa del Giro d’Italia, quello dei professionisti. Era la Vigevano-Milano, 66 chilometri, a cronometro. Ed era il trionfo annunciato di Miguel Indurain, poi vincitore di tappa e del Giro. Quel giorno Andrea Noè aveva due cose da fare, una per scrupolo, l’altra per piacere: quella per scrupolo era provare una bici da crono, lui che cronoman non era, tant’è che la bici non era la sua ma del suo compagno Rossano Brasi, una Rossin, ruota a razze davanti e lenticolare dietro, protesi al manubrio, difficile comunque da governare; quella per piacere era guardare il Giro, riconoscere i corridori, ammirare “il suo” Indurain. Combinò i due obiettivi: uscì con la bici da crono e incontrò il navarro, alle vallette, strade silenziose e profumate a saliscendi fra i boschi intorno ad Abbiategrasso. Missione compiuta.

Anche Andrea Noè avrebbe partecipato, dal giorno dopo, al Giro d’Italia, ma quello dei dilettanti. Nella Lombardia C. Maglia verde con il logo della Mecair, la sua squadra. “A Marina di Pietrasanta, 37 chilometri a cronometro, mi difesi. Poi in salita, seguendo i migliori, scalai la classifica. Primo, Marco Pantani, Emilia Romagna. Secondo, Vincenzo Galati, Lombardia D, ma siciliano. Terzo, io. Pantani, terzo nel 1990 e secondo nel 1991, in salita era superiore a tutti: vinse la tappa di Cavalese, rivinse la tappa di Alleghe-Pian di Pezzè con il Sella, dove io fui terzo, partiva da lontano e arrivava da solo. Per un corridore normale come me, quel terzo posto finale fu il massimo immaginabile e realizzabile. Più di così non avrei potuto fare. E mi si aprirono le porte al professionismo. Firmai un precontratto”.

Noè, con quel nome-cognome da patriarca biblico, era al suo primo e unico Giro d’Italia, all’ultimo anno da dilettante: “La mia sfortuna, che poi si è rivelata la mia fortuna, è che arrivai al ciclismo tardi. Mi guadagnai un anno nella Compagnia atleti di Milano grazie ai punti ottenuti nel ciclocross. Mi feci strada, in tutti i sensi, piano piano, uscita dopo uscita, corsa dopo corsa. Il mio carattere da testone, duro e gnucco, mi aiutò a esistere, resistere, insistere. Ogni giorno un obiettivo, ogni mese un traguardo, ogni anno un’asticella da alzare e superare. Cominciai a sperare di poter fare il corridore quando vinsi al Ghisallo, nel 1990, e a crederci nel 1991, quando arrivai terzo al Valle d’Aosta. Però mai avrei pensato di poter vivere 19 anni da professionista e partecipare a 16 Giri d’Italia e a concluderne 14. Sarà stata la voglia, il carattere, la disciplina, sarà stata anche la fortuna di avere incontrato la gente giusta e una squadra – la Mapei – che per me si è rivelata come una seconda famiglia, sarà stata soprattutto quella lotta continua con me stesso. Perché magari potrà anche non sembrare, ma io, di natura, sono sempre stato pigro”.

Gregario a vita, ma due giorni in maglia rosa. E gregario sempre, a suo modo, anche adesso, tant’è che sembra che le sue giornate abbiano non 24, ma almeno 36 ore. Perché Andrea Noè si moltiplica fra il suo lavoro di collaboratore della A&J All Sports dei fratelli Carera, il suo ruolo di consigliere comunale con delega allo Sport nel Comune di Robecco sul Naviglio, la sua posizione di fondatore e presidente della Brontolo Bike (sesto anno di vita, 280 tesserati agonisti e altri 200 associati), perfino una quasi autobiografia (“Una vita da gregario”, di Andrea Ballocchi, con prefazione di Vincenzo Nibali)… “Voglio trasmettere la mia passione a piccoli e grandi. E così organizziamo corse per giovanissimi e allievi, cicloturistiche per beneficenza e campionati italiani di mountain bike. E così partecipiamo a grandi classiche internazionali come il Fiandre e a giovani classiche italiane come la Varese Van Vlaaanderen, a granfondo celebri come la Nove Colli e spettacolari come la Bra-Bra. Insomma, tutti amici per la bici”.