Marco Pastonesi – Un Giro di Storie: 6. Roberto Damiani

Quando si accorse che le gambe non lo portavano là dove lo diceva, lo chiedeva, lo voleva la testa, insomma, quando intuì e poi ammise che andava più forte con la testa che non con le gambe (soprattutto, da pistard, in salita), allora scese dalla bici e salì in macchina. E almeno lì, subito, stabilì un bel record: a 26 anni era il più giovane direttore sportivo dei dilettanti. E 10 anni dopo, finalmente, partecipò al suo primo (e unico) Giro d’Italia di quella categoria.

Sarà anche per questa anzianità di servizio che Roberto Damiani, il ciclismo, lo ha esplorato per planimetrie e altimetrie, latitudini e longitudini, officine e osterie, corse e corridori, quel semplice sistema di tubi metallici che è la bicicletta, e quel complicato sistema di tubi affettuosi che è l’uomo. E se è vero che Damiani non ha mai scritto un manuale, un saggio, un vangelo del ciclismo (ma un libro di racconti sì: “Novantanove giorni in una bolla”, in uscita per Bradipolibri, sul suo viaggio-avventura-pellegrinaggio in bici da Auschwitz a Roma nel 2016), è anche vero che manuali, saggi e vangeli del ciclismo potrebbe correggerli tutti.

Quel Giro d’Italia del 1994 fu speciale: “Perché dirigevo l’Equipe 93, una squadra che si era formata un anno prima, nel 1993, appunto, con base a Legnano. E io avevo cominciato proprio a Legnano, la mia città, alla Legnanese, la mia società, e con Ottavio Crepaldi, per me un maestro, anzi, un mito, con i suoi 11 anni da gregario, da Balmamion a Gimondi, da Motta a Saronni, da De Vlaeminck a Sercu, da Zandegù e Basso ai fratelli Pettersson. L’Equipe 93 era giovane, semplice, pura, con l’entusiasmo della sua povertà. La prima cosa che dissi ai miei ragazzi fu di godersi il Giro come un regalo del ciclismo, come un’esperienza di vita, come un’opportunità per crescere, come una sfida da vincere. La seconda cosa che gli dissi fu che vincere non era quello che avrebbero letto negli ordini di arrivo o nella classifica generale – primo Leo Piepoli, secondo Ruggero Borghi, terzo Francesco Secchiari -, ma quello che si sarebbe stampato sulla loro pelle, nel loro cuore, nei loro ricordi, nei loro racconti”.

Quel Giro d’Italia del 1994 fu molto speciale: “Perché giorno dopo giorno, tappa dopo tappa, c’era la possibilità di scoprire i segreti della corsa. Ma non tutti, perché le situazioni moltiplicate per le variabili danno un risultato infinito. Intuito e istinto, tattiche e alleanze, gestione delle forze fisiche e di quelle mentali, e soprattutto il rispetto delle regole. Di vita e di corsa, di gruppo e di etica. Il ciclismo degli anni Novanta non mi piaceva. Forse era il peggiore. Si dubitava di tutti e di tutto. L’ombra del doping oscurava, e anche inquinava, qualsiasi prestazione, vittoria, impresa. I francesi sostenevano che fosse un ciclismo a due velocità, e avevano ragione. E’ stata dura, ma oggi il nostro mondo si è ripulito, è molto più credibile, anche si fa fatica a comunicarlo e a convincere gli scettici e i prevenuti, e la nostra vita è più facile. Oggi i talenti si possono finalmente riconoscere e apprezzare. Veder sbocciare un campione è un’emozione fortissima”.

Quel Giro d’Italia del 1994 fu specialissimo: “Perché fu il primo della mia vita. Una vita privilegiata. Perché poi avrei vissuto altri Giri, Tour, Vuelta, classiche e Mondiali, ma dei professionisti. Perché da vicino, avrei ammirato la classe di Philippe Gilbert, l’onestà di Cadel Evans, la determinazione di Greg Van Avermaet, la grinta di Paolo Bettini, il feeling con Franco Ballerini, il sacrificio di tutti i gregari che davano anima e gambe. Perché anche adesso, da direttore sportivo della squadra austriaca Tirol, ho la possibilità di vivere il ciclismo nella sua essenza, che è la passione”. Un fuoco umano.