Marco Pastonesi – Un Giro di Storie: 7. Francesco Moser

Era il Giro d’Italia, ma non si poteva chiamarlo Giro d’Italia. Questioni economiche minacciate di trasformarsi in questioni legali: o forse il contrario. Così si trovò la scappatoia. Era il Giro d’Italia, lo si chiamava Giro d’Italia, ma si scriveva Ravenna-San Pellegrino, il luogo della partenza della prima tappa e il luogo dell’arrivo dell’ultima tappa, un Giro d’Italia nordico, una decina di tappe, organizzato dalla Rinascita Ravenna, gloriosa società per cui avevano corso, fra gli altri, Pambianco e Sambi. Era il 1971, era la seconda edizione del Giro d’Italia anche quando non si poteva o non si doveva chiamarlo Giro d’Italia ma lo si chiamava comunque così, ed era l’anno in cui fra i professionisti la Corsa Rosa era stata conquistata per la prima volta da uno svedese, Gosta Pettersson.
La prima tappa, a cronometro, lanciò in maglia rosa (con la scritta Ravenna-San Pellegrino sul petto) un corridore trentino che correva per una squadra toscana: Francesco Moser per il Bottegone. “Vent’anni, secondo anno fra i dilettanti. Abitavamo in una casetta a Bottegone, a cinque chilometri da Pistoia, in tre o quattro che venivamo da fuori. Io da Palù di Giovo, Emanuele Bergamo da Ponte di Piave, Iorio Grulli da Modena, il toscano Pampaloni. Camera e letto personali, cucina e bagno comuni. Quell’anno ero anche militare, nella Compagnia atleti, prima a Milano, poi a Roma. Bergamo era l’uomo di punta, io il rincalzo, anche perché, per me, quella era la prima corsa a tappe della mia vita. Il direttore sportivo era Giorgio Vannucci. E si partì, più che con un piano o una strategia, con una speranza e un incoraggiamento: cerchiamo di fare il meglio possibile”.
Moser, pronti via, fece il meglio possibile, e meglio di tutti: “Presa la maglia rosa a crono, la persi per una fuga, e la ripresi con un’altra crono, a Valvasone, vicino a Pordenone. Poi la difesi sulle salite, quelle venete, con l’altopiano di Asiago e il Pian delle Fugazze, e quelle bresciane, pur cadendo all’ultimo chilometro nella tappa di Limone del Garda, e bergamasche. Controllare la corsa era difficile, forse impossibile, ci si affidava più a sorte e destino che a strategie e alleanze. Ultima frazione da Ospitaletto a San Pellegrino. Classifica finale: primo io, secondo Giuseppe Perletto, forte in salita, terzo il francese Jean-Pierre Guitard. Perché c’erano anche gli stranieri. L’anno dopo non difesi il titolo: Vannucci mi disse che fare il Giro sarebbe stato inutile”.
Chi lo avrebbe mai detto che quel Moser sarebbe poi diventato Moser: “Neanche io mi conoscevo”. Chi lo avrebbe mai detto che quel Moser avrebbe poi vinto 273 volte da professionista: “Però quell’anno fui primo anche nella Milano-Busseto, nel Gran premio Sportivi di Poggio alla Cavalla, nel Gran premio Del Rosso…”. Chi lo avrebbe mai detto che quel Moser avrebbe poi conquistato un altro Giro d’Italia, che stavolta si sarebbe potuto finalmente chiamare Giro d’Italia: “Tredici anni più tardi, nel 1984”. Chi lo avrebbe mai detto che, strada facendo, quel Moser avrebbe ritrovato alcuni protagonisti del Giro d’Italia che non si poteva chiamare Giro d’Italia: “Vannucci, direttore sportivo alla Filotex. Bergamo, compagno, e gregario, nella stessa Filotex. Perletto, sempre forte in salita. E anche Grulli, titolare di un’azienda, il cui capannone è stato scoperchiato dal terremoto”. Chi lo avrebbe mai detto: “Io sì, il ciclismo lo avevo dentro, la bici sotto, e ancora adesso continuo a pedalare”.