Marco Pastonesi: un Giro di Storie. 8. Marcello Osler

Quarta tappa del Giro Baby, lo chiamavano così, nel 1972. La Cattolica-San Sepolcro, 142 chilometri, saliscendi, e scendisali, dal mare all’Appennino, dalla Romagna alla Toscana, da Eraldo Pecci (mezzala) a Piero della Francesca (pittore). E a Marcello Osler. Che non è più tanto baby: ha 26 anni, quasi 27, è trentino di Pergine Valsugana ma corre per l’Emilia, perché tesserato per la Orlandini di Reggio Emilia, in una competizione che si disputa fra squadre regionali e nazionali straniere. Attaccante: se fosse calciatore, ala. Resistente: se fosse rugbista, terza linea. E coraggioso: se fosse sciatore, discesista. Lui è maestro di sci, ma è soprattutto corridore. Da avventure e fughe. Questa, vittoriosa: primo, una manciata di secondi su Flamini, Pala, Krejci e Riccomi.

Osler ha vissuto due volte: la prima da corridore, la seconda da uomo. Un po’ come succede a tutti i corridori, con la differenza che lui, a un certo punto, è morto ed è risorto. L’altro giorno era all’Eroica di Montalcino, e fra i mille e più partenti, lui che li aspettava all’arrivo era il più eroico di tutti. E intanto si raccontava. “Papà Lino mi diceva: i sassi che rotolano non fanno il muschio. Voleva che smettessi di correre, gli sembrava uno spreco di energie, avevo vinto qualche corsa, una proprio a casa, quella dedicata ai Martiri Trentini, battendo Alberto Morellini, forte in volata, proprio in volata, ma faticavo a trovare una squadra e quella volta avevo deciso di smettere, finché non fui contattato da Lauro Grazioli che mi propose la Orlandini, cucine componibili, e si combinò un incontro, Orlandini tirò fuori il blocchetto degli assegni e scrisse un milione, e allora mio padre convenne che è vero che avevo buttato via quattro anni, ma tanto valeva buttarne via un altro. Tornati a casa, mi aiutò a ripulire la soffitta, creare uno spazio e trasformarlo in palestra, con un tappeto per fare esercizi di ginnastica e capriole, ci aggiunsi camminate in montagna e corse in piano, e mi preparai alla nuova stagione”.

Osler, quattro anni fa, è stato venti minuti senza battiti e senza ossigeno, poi cinquantatrè giorni in coma, senza vita e senza speranza, quindi è tornato al mondo e alla memoria: “Ho dimenticato le cose brutte, sto recuperando quelle belle. Anche gli anni da dilettante: campione trentino, emiliano e toscano, le notti in camera con Giovanni Battaglin che si lamentava e piangeva quando non era in forma, i rimborsi ma solo quando ti pagavano e i premi ma solo quando li davano, e la libertà, perché da dilettante, se eri forte, facevi la tua corsa, ma senza rovinare quella del capitano, e la certezza che, se durante una corsa incrociavamo un funerale, avrei vinto io. E poi gli anni, otto, da professionista: con Sammontana, Brooklyn, Selle Italia e Sanson, e con una vittoria, Giro d’Italia 1975, tappa Potenza-Sorrento, 188 chilometri di fuga solitaria, 20-25 minuti di vantaggio, al traguardo 8’48” sul secondo, e l’ordine del direttore sportivo, Franco Cribiori, di rallentare altrimenti avrei mandato fuori tempo massimo il gruppo, compreso uno dei miei capitani, Patrick Sercu. E la Parigi-Roubaix, diciassettesimo nel 1978, da gregario di Francesco Moser, le docce nude e grezze come per i maiali, i corridori arrivati fuori tempo massimo che avrebbero voluto entrare comunque nel velodromo e invece i cancelli erano già stati chiusi”.

Osler, adesso, racconta la sua storia, e testimonia rinascita, risurrezione e risorgimento: “L’amore di mia moglie, il sostegno dei miei figli, l’amicizia dei corridori, la passione per il ciclismo e la bicicletta. Ritrovarsi, rivedersi, riunirsi, insieme. La vita è bella”. Elena ha scritto “La fuga più lunga” (Publistampa edizioni, 160 pagine, 10 euro), che è anche un’opera di bene: il ricavato è devoluto all’Ail, l’Associazione italiana contro le leucemie, del Trentino, per la ricerca. E Osler, piano piano, è tornato in gruppo.