Marco Pastonesi: un Giro di Storie. 10. Claudio Corti

“Fra montagne e crono, pensavo di avere già vinto. Invece scapparono in pianura. Un minuto, due. La situazione era complicata, perché complicato era organizzare l’inseguimento: squadre di sei uomini, e si correva tutti contro tutti. Riuscimmo a convincere i polacchi, recuperammo lo svantaggio, salvammo la maglia”.

Claudio Corti aveva 22 anni, correva per una delle due formazioni della Lombardia, dimostrò forza e completezza: “Fu, quello, il mio anno d’oro. Vinsi 22 o 23 gare. Ero determinato, concentrato. Il Trofeo Morucci, il Trofeo De Gasperi, il Giro del Friuli, il secondo posto al Giro delle Regioni, la prima tappa e il secondo posto finale al Guglielmo Tell, la vittoria al Giro d’Italia… Ma era l’anno dopo le Olimpiadi di Montreal, e i migliori fra i dilettanti erano passati professionisti”. Una vittoria si giudica anche dai rivali: “Secondo arrivò Alf Segersall, svedese. Con Tommy Prim fu ingaggiato dalla Bianchi e venne ad abitare a quattro-cinque chilometri da casa mia. Terzo fu Luciano Donati, quarto lo spagnolo Vicente Belda, che da professionista avrebbe vinto tappe ala Vuelta, al Giro, al Catalogna”.

La passione per il ciclismo era stata un’eredità: “I miei fratelli, Mario, del 1946, e Fausto, del 1947, correvano. E io andavo a vederli. Prima ci andavo con il papà, poi con un amico, che era libero di giorno perché lavorava di notte, e siccome si correva anche durante la settimana, veniva a prendermi a scuola in Vespa e poi si andava nel Bergamasco, nel Bresciano, nel Milanese”. Finché cominciò anche Claudio: “La prima bici fu una vecchia Legnano, verde oliva, che apparteneva prima a uno zio e poi ai miei fratelli. Poi una Ciocc: la volli bianca e rossa, i colori della maglia bianca e rossa di Eddy Merckx nella Faema. Era il mio idolo. La prima corsa, e la prima vittoria, a Senna Comasco, il 3 maggio 1970: fuga a tre, volata, primo, ma non resistetti alla tentazione, alzai le mani e fui squalificato per una settimana. In volata non si poteva togliere le mani dal manubrio. Mi discolpai sostenendo che non era stata una volata, perché l’arrivo era in leggera salita. Mi rimase la vittoria, ma mi rimase anche la squalifica”.

Corti s’innamorò di quel mondo a pedali: “Il papà era tifoso, ma si teneva in disparte, ci diceva soltanto ‘fatti onore’. La mamma era spaventata, non incoraggiava, ma pregava, ci chiedeva soltanto ‘non fatevi male’. Io imparai molto da Mario, che aveva vinto, fra l’altro, il Giro della Valle d’Aosta e il Giro del Messico. E gli insegnamenti di Pinin Graglia, il suo direttore sportivo alla Fiat, diventarono i miei comandamenti: la distanza, perché ogni martedì lo faceva andare da Bergamo a Torino e ogni venerdì da Torino a Bergamo, in bici; la montagna, perché lo faceva allenare sulle grandi salite; e poi l’agilità, il fisso, le ripetute. Le stesse cose di adesso, solo che adesso hanno un nome, e invece allora erano racconti, ricordi, consigli, raccomandazioni, tradizioni. E molto imparai anche sull’alimentazione e sullo spirito. Imparai soprattutto a essere severo con me stesso. Avevo il gusto di fare, il piacere di provare, e godevo quando vedevo la gamba tirata con le vene in superficie”.

Quel Giro d’Italia del 1977 fu l’esame di maturità: “L’arrivo sul Ciocco, quello a Piancavallo, dove avrei vinto anche il Friuli tra i professionisti, e quello finale a Pordenone, con Franco Mealli, l’organizzatore, che mi consegnò il trofeo, c’era anche Mauro Vegni, l’attuale patron del Giro d’Italia dei professionisti, che allora era l’assistente di Mealli. Per il primo in classifica non c’era la maglia rosa, ma gialla”. Tre mesi dopo Corti vinse anche il Mondiale dei dilettanti, a San Cristobal, in Venezuela. “Tornai a casa. Fui contattato da diverse squadre per passare professionista. Accettai l’invito in un ristorante sul lago. In quel clima idilliaco firmai subito il contratto. Per la Zonca. Non fu certo la scelta migliore. Ma pazienza”. Il ciclismo è diventato la sua vita. “Enrico Guadrini, cremonese, mio compagno alla Zonca, mi diceva sempre: ‘Quand l’amur el gh’è, la gamba la tira al pè’. Significa che quando c’è l’amore, la gamba segue il piede, e tutto si fa tutto solo per il piacere”.