Marco Pastonesi: un Giro di Storie. 11. Vittorio Adorni

Che bici, la prima bici: “La comprai con i risparmi di commesso in una ferramenteria da un cugino, Sergio Giacopelli, e la pagai 30 mila lire, una cifra enorme. Era una bici sportiva, verde scura, con il manubrio diritto e senza cambio”. Era il 1953, Vittorio Adorni aveva 16 anni, e scoppiava di felicità. “Un mese dopo scoppiai di disperazione quando mi accorsi che quella bici mi era stata rubata. La cercai dovunque, per tutta Parma, invano, e mi arresi. Finché ne comprai un’altra, ma siccome i miei risparmi non bastavano, stavolta il resto ce lo mise mio padre. Era una bici identica a quella di prima”. Adesso che di anni sta per compierne 80, Vittorio Adorni è ancora innamorato della bici e del mondo della bici. E ne è un educato, elegante, appassionato, sincero ambasciatore.

Che anno, il 1960: “Un anno speciale: quello delle Olimpiadi di Roma. Fui convocato nella prova dell’inseguimento a squadre su pista, ma tra due milanesi, Arienti e Vigna, e due veneti, Vallotto e Testa, rimasi quinto, riserva, fuori. Arrabbiato, mi dedicai soltanto alla strada. E al Giro della San Pellegrino, che era l’equivalente del Giro d’Italia per i dilettanti. Si correva a squadre regionali. E io, tesserato per la Faema Preneste di Roma, laureato campione laziale vincendo a Isola Liri, gareggiavo per il Lazio”.

Che potenza, la San Pellegrino: “Aveva una squadra di professionisti diretta da Gino Bartali e questa corsa a tappe per dilettanti gestita da Vincenzo Torriani. Nella tappa di Arezzo andai in fuga, guadagnai un minuto e mezzo di vantaggio, ma trovai un passaggio a livello, di quelli con le griglie per impedire il passaggio, chiuso. Torriani intimò l’alt, pena la squalifica. Il gruppo mi raggiunse. Quando la sbarra si sollevò, siccome non esisteva la neutralizzazione, fummo fatti ripartire tutti insieme. Addio Giro. L’ultima tappa, quella con arrivo a San Pellegrino Terme, andò via una fuga, dentro c’era anche Franco Balmamion, e la corsa la vinse lui”.

Che vita, da dilettante: “Abitavo a Roma, nel Prenestino, in una specie di container con altri corridori forestieri, da Arienti a Tonucci. La società era gestita dai fratelli Necci, Luigi e Pietro, che avevano un bar. La mattina si andava là a fare colazione. ‘Posso prendere cappuccino e cornetto?’, domandavo. ‘Prendi, prendi, che noi segniamo sul conto’. Alla fine dell’anno il conto era di 140 mila lire. A me interessavano più i soldi delle vittorie. A ogni corsa, prima del via, studiavo il programma e memorizzavo i traguardi a premi. Nel Giro del Penice, a chi passava primo sul gran premio della montagna davano 50 mila lire a condizione che avesse almeno tre minuti di vantaggio sul secondo. Mi impegnai alla morte e passai primo con tre minuti e mezzo”.

Che tempi, quei tempi: “In discesa mi si affiancò una macchina, c’era scritto Learco Guerra, e sopra c’era lui, la Locomotiva Umana. Mi chiese: ‘E adesso?’. Gli risposi: ‘Se mi prendono, pazienza’. Mi presero, arrivai quarto, ma Guerra mi promise che, se fosse riuscito a fare una squadra di professionisti, mi avrebbe telefonato. In attesa della sua chiamata, ricevetti quella di Elio Rimedio, c.t. della Nazionale dei dilettanti, che mi offriva un posto nella Salco – impermeabili – di Empoli, squadra di dilettanti che mi dava vitto, alloggio e 250mila lire al mese. Accettai. Poi giunse la telefonata di Guerra: aveva formato una squadra di professionisti, la Vov, con Bahamontes e Fornara, ma mi offriva solo 120 mila lire al mese. Ci pensai su, poi accettai. E feci bene”.

Che scuola, da Learco Guerra: “Non mi diceva niente, mi lasciava fare tutto. Io andavo e venivo, scattavo e mi staccavo, fuggivo e friggevo. Certe cotte memorabili. Mi spiegava che, se mi avesse detto quello che avrei dovuto fare, io poi non lo avrei fatto. Aggiungeva che solo sbagliando in proprio s’impara. E concludeva che prima o poi sarebbe finalmente arrivato il giorno in cui non avrei più commesso errori”.