Marco Pastonesi: un Giro di Storie. 12. Davide Cassani

Giro d’Italia 1981. C’era anche lui. Il suo primo e unico Giro dei dilettanti. “Mi aprì gli occhi, mi aprì il cuore, mi aprì anche la strada. L’anno successivo passai professionista nella stessa squadra, la Termolan-Galli, quella di Bruno Reverberi. La mia prima stagione tra i professionisti da corridore, la sua prima stagione fra i professionisti da direttore sportivo”.

Davide Cassani è quello che, per questo Giro d’Italia Under 23, ci ha messo più di tutti: più voglia e convinzione, più telefonate e appuntamenti, più contatti e amicizie. E forse ci ha messo anche più la faccia: “I corridori si adeguano ai calendari. E siccome il calendario italiano si è impoverito, i corridori italiani si sono ristretti e rimpiccioliti. I velocisti corrono soltanto le gare piatte, gli scalatori quelle in salita, quelli completi svaniscono, e molti si perdono strada facendo. E strada facendo il ciclismo italiano ha frenato, e quella distanza che oggi lo separa da realtà più all’avanguardia, dagli australiani agli inglesi, si può colmare solo attraverso un calendario di gare più competitive, a un livello più alto, a una concorrenza più forte. Ecco perché da anni mi batto perché i migliori under 23, e non solo loro, ma anche quei corridori che altrimenti non potrebbero partecipare a certe corse, vengano convocati in una Nazionale italiana e si cimentino in manifestazioni dove si possano provare e confrontare”.

Se per il Giro Under 23 bisogna partire da Cassani, per Cassani bisogna partire dal papà Vittorio (“Camionista, tifoso di Gimondi, una passione per la maglia azzurra”) e dalla mamma Maria (“Non voleva che corressi, avrebbe preferito vedermi ragioniere o bancario, poi si rassegnò”), da quel Mondiale del 1968 (“Avevo sette anni, andai con mio padre sul circuito dei Tre Monti, fui folgorato dall’attesa della corsa, dal fascino del gruppo, dalla vittoria di Adorni”), dalla maglia azzurra (“Da dilettante, nel 1981, nell’Italia B diretta da Edoardo Gregori, e in quella circostanza salii per la prima volta su un aereo, volo Milano-Roma”). E per capire Cassani bisogna scoprirlo sull’ammiraglia (“Ma i corridori dovrebbero essere capaci di gestirsi da soli”) o in regia televisiva (“Un’esperienza eccitante, fra telecamere fisse e mobili, fra fuggitivi e inseguitori, cercando di cogliere sempre l’attimo”), alla radio (“Si entra nelle case, nelle cucine, nelle auto”) o nelle biblioteche (“Sono i luoghi della lettura e della memoria, il ciclismo è anche storia”), su Youtube (“E’ un altro modo per esserci, più fresco e allegro”) e nei festival (“Bisogna uscire anche dal nostro mondo di specialisti per allargarne confini e orizzonti”).

Cassani ha il dono di moltiplicarsi, fra lezioni alle università e corsi nelle accademie, fra testimonianze nelle aziende e partecipazioni alle feste: “Il ciclismo è un universo. La bicicletta non è mai stata così importante e presente, ma molto deve essere fatto, a cominciare dalla sicurezza sulle strade. Un morto al giorno, soltanto in Italia, è un prezzo troppo alto. Ed è il primo ostacolo alla diffusione del nostro sport e alle vocazioni fra i ragazzi”. Cassani sostiene lo spirito del gioco (“Soprattutto fra bambini e ragazzini”), l’interdisciplinarità delle specialità (“La pista fa bene alla strada, la strada fa bene alla pista, così come ciclocross e mountain bike”), il bello della globalizzazione (“Un linguaggio planetario, Asia e Africa comprese”) ma anche i pericoli (“Certe corse, soprattutto quelle del calendario italiano, rischiano la sopravvivenza perché concomitanti con altre nel mondo: una soluzione potrebbe essere concentrarle in un certo periodo dell’anno”), non nasconde i problemi del settore (“Innanzitutto quelle economico: meno sponsor, meno squadre, meno corridori, meno corse”), e sta sempre dalla parte dei più piccoli (“Il ricavato della Gran fondo Cassani, per esempio, serve per finanziare corse a livello giovanile”).

Il Giro d’Italia Under 23 sarà anche un giro di boa: “Noi ci crediamo”.